Il teatro epistolare: "Destinatario Sconosciuto". Calindri, Lotti, Pagani.

A volte si parte un po’ svantaggiati: conosci il testo e conosci pure uno dei due attori. Se dopo lo spettacolo ti fermi a cena con loro poi, è il disastro per il senso critico.
Si discioglie in un bicchiere di vino, si mescola tra pane e mortadella. E svanisce nel momento in cui i due si raccontano.

Altre volte invece, si parte decisamente avvantaggiati: conosci il testo e conosci pure uno dei due attori.
Se dopo lo spettacolo ti fermi a cena con loro poi, puoi annaffiare il tuo senso critico con un refosco e lasciare che maturi lentamente, origliando i segreti che hanno nascosto dentro la loro valigia, e confrontandoti in un testa a testa a suon di domande spalmate di mostarda e risposte tartufate.

Il tutto in un contesto al limite del surreale: un teatro con drappi di velluto sanguigno e stucchi che ritraggono il Risorgimento dei melodrammi, circondato dalla speculazione edilizia; dove il ristorante interno del teatro stesso diventa metafora della decadenza del Bel Paese. Il Paese dove per un cesso, taluni, sono costretti a vendere il proprio regno. Sì, a causa di un cesso.

Si chiudono le tende d’entrata, in modo che non filtri il disagio del mondo reale; si abbassano le luci, e mi trovo già a fantasticare sullo schermo ideale del palcoscenico. Ritrovo quella cornice tra i giocattoli dei miei ricordi, di quando facevo i burattini con un quadretto privato del fondo e dotato di una tendina rossa a fiori. Le mie dita sono una famiglia di fantasmi di fazzoletti e cotone dipinti col pennarello e

e basta.
Comincia.

Partiamo dal testo.
Taylor Katherine
Kressmann, Address unknown, <<Story magazine>>, 1938.
Qui la versione pdf del testo il lingua originale

E’ un racconto in forma epistolare che narra la storia di due proprietari di una galleria d’arte americana, tra il 1932 e il 1934: durante l’ascesa al potere di Adolf Hitler.
Max è ebreo, vive a san Francisco e si occupa della galleria.
Martin non è ebreo, da San Francisco torna a Monaco con la famiglia, e all’amico descrive cosa stia accadendo nella madre patria.
Griselle è la sorella di Max, è un’attrice ebrea in europa e tempo addietro ha vissuto una storia d’amore con Martin.
Griselle e la galleria  non sono l’unico legame che i due hanno, sono infatti amici a tal punto da chiamarsi fratelli, ma ciò non cambierà il corso degli eventi. Durante l’ascesa di Hitler infatti Martin si lascerà sopraffare dalla nuova ideologia nazista, arrivando al punto di tagliare i ponti con Max, solo perchè ebreo. Max dal canto suo è molto preoccupato sia per il cambiamento di Martin, sia per gli eventi che stravolgono l’Europa, ma soprattutto è preoccupato per la sorella, che testarda si ostina a voler recitare al teatro di Berlino. Cerca allora nell’amico un aiuto, in nome dell’affetto che li ha legati e in nome dell’amore per Griselle, ma questi in un modo o nell’altro rifiuta. A questo punto alcune lettere iniziano a tornare al mittente.
Il timbro sulla busta parla chiaro: “Destinatario Sconosciuto”.

Dal racconto al teatro epistolare

Tralasciando la mirabile capacità dell’autrice di descrivere l’olocausto già nel 1938, mi concentrerei sulla forma del testo.

Marco Pagani racconta che già leggendo il libro ha notato la potenzialità teatrale del testo.

Perchè?

Secondo me (secondo me che non sono nessuno, men che meno una linguista), il racconto epistolare si presta meravigliosamente al teatro perchè la forma scritta della lettera privata presenta una fortissima componente oralizzante.
Essa è quella che nel continuum tra scritto e parlato potrebbe essere collocabile sia nel parlato-scritto, che nello scritto per essere parlato.
Per intenderci,

  •  è  una forma parlata, che comunque presenta l’attenzione ortografica e sintattica dello scritto, e dunque una componente di letterarietà più o meno alta -a seconda del mittente- ;
  • è una forma scritta nella consapevolezza che verrà letta dal destinatario, anche ad alta voce, e dunque riceve un’attenzione particolare nella trasmissione degli stati emozionali, come ad esempio “ridi con me dello scherzo che ho fatto ad Elsa”. Ovvero ritengo che in qualche modo ci sia una maggiore carica simpatica nelle parole (simpatica in senso etimologico del termine) rispetto ad una semplice pagina di diario.

Poichè il testo teatrale è chiaramente uno scritto per essere parlato: uno scritto che cerca di imitare l’orale, distogliendosi dal controllo sintattico, ovvero usando forme quali ripetizioni, riformulazioni, prese di tempo, eccetera…
uno scambio di lettere private non può che adagiarsi sul palco e aspettare solo che qualcuno lo declami.

Ma come recitare uno scambio di lettere?

Scenografia:
alcuni direbbero “essenziale”. Io preferisco “povera”.
Sempre secondo me (che non sono nessuno, e tanto meno una scenografa), per un attore, una scenografia essenziale è una sedia, tutto il resto se lo crea da sè.

In questo caso invece troviamo quattro sedute che delimitano il palco, alcuni quadri appesi al muro, un tavolo con due sedie e un mobiletto, un secretaire forse. Al centro della scena l’amicizia su tela.

Di primo impatto il palco appare spezzato, la sensazione è data da una tovaglia che occupa solo una metà del del tavolo, mentre sull’altra giace una figura immobile, che ricorda una marionetta a riposo. E’ Martin.
Max, dall’altro capo, iniziando a scrivere la sua lettera, sparecchia delimitando ancor più il confine tra i due, tanto che lo spettatore inizia a sospettare che forse ciascuno utilizzerà solo la propria metà della scena. Cosa che non accade.
I due personaggi invece si muoveranno sul palco ciascuno recitando il proprio piccolo monologo epistolare. E mentre l’uno scrive con la voce la sua parte di racconto, l’altro mantiene una presenza scenica mirabile. A tal punto che è possibile, escludendo dal campo visivo il personaggio narrante, ascoltare la sua voce come fosse fuori campo e osservare solo il lettore.
Sì, funziona lo stesso.

Luci:
va da sè che non sono un tecnico delle luci, tanto che io, non mi ero accorta delle inquadrature speciali sui quadri, scusate il gioco di parole.
Però ho notato la luce arancione della candela, talmente puntuale che per un momento mi sono chiesta come una sola candela potesse avere un’illuminazione così forte. E quando non trovi il confine tra realtà e finzione. Beh, quello è teatro.

Suoni e Musiche:
Devo puntualizzare sul metronomo. L’ho trovato un po’ troppo invadente. Il suono è forte e se inizialmente sottolinea l’impazienza e la preoccupazione, dopo un po’ mi ha infastidita e pensavo solo “speriamo che smetta”. Mi è parso durasse un’infinità, che forse era quella sensazione che il regista voleva trasmettermi, ma poi mi sono distratta a causa del fastidio, e non credo che si mirasse a questo.
In quel momento l’attesa è comunque molto sviluppata, non solo dalla storia, ma anche dalla mancanza di Martin, che essendo scomparso dietro le quinte lascia lo spettatore all’erta e impaziente di sapere se farà ritorno e con quale abito. Quindi il mentronomo lo lascerei, forte dapprima e più di sottofondo poi.

“Sintassi” dello spettacolo:
La ciclicità ci lascia intendere che ciò che accaduto accadrà ancora.
D’altronde fin dalla Bibbia Caino uccide Abele. (Che tra l’altro erano ebrei).

Per il resto:
Ho apprezzato moltissimo come Massimiliano Lotti ha incarnato il regime. L’ho visto sul palco insieme a milioni di persone mentre faceva i giochi fascisti, mentre si atteggiava come il Furer.
L’ho sentito parlare come il Furer.

Un applauso a Marco Pagani per il duello a penna. L’eleganza della parola si è trasformata in un fioretto, e tra flechè e affondi non ha dato tregua all’avversario. Una metafora molto affascinante.

Così come meraviglioso è stato l’equilibrio, portato allo stremo nella scena finale, dove i due attori sono rivolti verso il pubblico ai due capi opposti del palco, e la penna alzata dell’uno, diventa per l’altro un fucile puntato.

Segreti che ho scoperto e che non svelo:
La valigia
La penna che cade

Scuse:

  • chiedo umilmente perdono ai linguisti, per le mie elucubrazioni profane.
  • chiedo scusa alla presidentessa dell’accademia della crusca, perchè nonostante mi abbia detto che elucubrazioni è un termine desueto da non utilizzarsi, io continuo a sfruttarlo finchè dura.
  • chiedo scusa a Calindri, Lotti e Pagani per questa sorta di critica malfatta. Vi assicuro però che ci ho messo tutta me stessa.
  • chiedo scusa a chi ha letto fin qui, perchè se lo merita. A quelli che invece hanno abbandonato l’impresa no, perchè tanto sarebbe inutile.

Ringraziamenti:

  • ringrazio il ristorante dentro il teatro e l’atmosfera che crea. Suggestiva.
  • ringrazio tutti per la serata.
  • ringrazio il Teatro Giuditta Pasta, che con organizzando il corso di teatro mi ha stimolata a riprendere in mano il blog.
  • ringrazio la Cate, che mi ha consigliato di leggere questo testo circa 6 anni fa.
  • ringrazio chi ha letto fin qui, perchè se lo merita.

Ciao

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Thom Pain. Will Eno. Elio Germano. Saronno. Basato sul nulla, forse.

Paura, pazzeggiare.
Alle superiori la professoressa di Italiano mi aveva consigliato di non iniziare mai un tema con una definizione del dizionario. Lo trovava pesante e retorico.

Ma Elio Germano mentre sfoglia e declama lo Zingarelli sul palco ancora buio, coinvolge ed incuriosisce lo spettatore paziente. Spettatore di un monologo basato sul nulla.
Forse.

Thom Pain è metafora del mondo moderno. E’ critico, ironico, cinico, subdolo, psicotico, volgare, bastardo. Ed è pure riuscito a starmi simpatico.
Thom Pain è la vita. Regala immagini tenere e le violenta col tempo. Le deforma, le frantuma e le deride nella loro sofferenza. Le uccide.
Thom Pain è un unico grande BOH che sazia le menti del pubbico.
Thom Pain è il dolore atavico Leopardiano, l’umorismo Pirandelliano e un coglione qualunque che vorrebbe sparire nel buio lasciandoci qualcosa.
Thom Pain è il flusso di coscienza. E il flusso di coscienza è il suo testamento.

Questo è quanto mi ha lasciato.
Avrei potuto parlare del testo, della lingua, del lui, del tu e dell’io che si mescolano fino a creare un unico grande noi; della bravura di Elio Germano, bravo nella regia essenziale e bastante, bravo come attore di teatro.
E mentre Thom Pain si vendica delle ferite inflittegli dall’esistenza, Elio Germano demolisce il confine tra finzione e realtà, scende tra il pubblico, ammicca, scherza. Quanto di tutto ciò è preparato?
No, non parlerò della donna, del cane, di Tex Willer, del vomito, del bastone, dell’osso dipinto col rossetto. Non parlerò nemmeno delle urla, del farneticare, della lotteria o del cavallo. Del retrogusto amaro che non se ne va neanche con una bottiglia d’acqua.

Preferisco che andiate a vederlo di persona: ho contanto ben due pelli d’oca durante la rappresentazione; credo che ad Elio Germano farebbe piacere saperlo, e anche a Will Eno. E anche a Thom Pain in fondo.

Per quanto mi riguarda è promosso.
E se pensate che non abbia capito niente, andatevene affanculo.